Ventitré giorni a New York

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Atterrati all’areoporto di “La Guardia” con un bus pubblico abbiamo raggiunto Manhattan, da dove con un taxi ci siamo recati all’appartamento preso in affitto, sulla sessantaquattresima strada. Il primo impatto con la città è stato surreale, sembrava di essere stati catapultati di colpo sul set di un film,
strade enormi, auto di grossa cilindrata, gente di tutte le razze, e di tutte le taglie,
il tutto accompagnato da una
sensazione di leggero smarrimento,
accentuata dalle sei ore di fuso orario, che nessuna capitale europea mi aveva mai suscitato.

di Andrea Tancredi

New York è sempre stata per me la meta più ambita da visitare. Sarà perchè è il simbolo della modernità, la metropoli per eccellenza, epicentro multirazziale dell’occidente, che ognuno di noi pur non essendoci mai stato può dire di conoscere almeno un po’, attraverso i tanti film e telefilm che da quando è stata inventata la televisione, hanno invaso le nostre case.
Città simbolo degli Stati Uniti, famosa nel mondo per la Statua della Libertà, per i teatri di Broadway, sede delle Nazioni Unite, ricca di musei e di intrecci culturali, dal nuovo millennio New York è anche simbolo del volto vulnerabile di una nazione che sembrava inattaccabile, oggetto del più sanguinario e spettacolare attentato della storia.
Il mio viaggio a New York è cominciato alcuni mesi prima della partenza.
Avendo iniziato a viaggiare fin da piccolo, più che un turista mi sento un viaggiatore, e sono convinto che per visitare e conoscere un luogo sia necessario uscire dalle strutture turistiche, avvicinarsi il più possibile al modo di vivere, di chi quel luogo lo vive quotidianamente.
Così ho contattato amici che erano già stati a New York, i quali mi hanno consigliato un sito Web, craigslist.com, di annunci di privati, ricchi di dettagli e di fotografie, che affittano il proprio appartamento, o una stanza, per periodi più o meno brevi.

La ricerca non è stata semplice, ho inviato decine di e-mail, ovviamente in inglese, consultato moltissimi annunci, verificato la collocazione degli appartamenti a Manhattan e che la disponiblità conicidesse con il periodo della nostra permanenza.
Alla fine siamo stati fortunati nella nostra scelta, abbiamo trovato un appartamento sulla sessantaquattresima strada a pochi passi da Central Park, con due stanze, soggiorno, cucina e bagno, che abbiamo condiviso la prima settimana con un ragazzo di Amsterdam, e per il resto della vacanza con la padrona di casa, Jennifer una ragazza americana di 35 anni.
Per quanto riguarda il volo, per ragioni economiche abbiamo preferito un volo da Londra, raggiunta con una compagnia low cost da Roma, volando all’andata con l’American Airlines ed al ritorno con Lufthansa, il che ci ha permesso di risparmiare un 20% rispetto ad un volo diretto da Roma.
Terminati i preparativi, i primi di Agosto siamo partiti, io e la mia ragazza, da Roma e dopo un breve soggiorno di tre notti a Londra siamo volati a New York.
Atterrati all’areoporto di “La Guardia” con un bus pubblico abbiamo raggiunto Manhattan, da dove con un taxi ci siamo recati all’appartamento preso in affitto, sulla sessantaquattresima strada. Il primo impatto con New York è stato surreale, sembrava di essere stati catapultati di colpo sul set di un film, strade enormi, auto di grossa cilindrata, gente di tutte le razze, e di tutte le taglie, il tutto accompagnato da una sensazione di leggero smarrimento, accentuata dalle sei ore di fuso orario, che nessuna capitale europea mi aveva mai suscitato.

Essendo un appassionato di media, e di tutto ciò che riguarda il mondo dell’informazione, il primo luogo che ho visitato è stato Ground Zero, dove prima dell’attentato dell’11 Settembre sorgeva uno dei simboli di New York, il World Trade Center.
Osservando i luoghi che hanno fatto da sfondo alle immagini dei due aerei che si schiantavano sulle Torri Gemelle, ci si rende conto che quel terribile evento, è accaduto davvero, che non si tratta di uno dei tanti film di Hollywood.
La zona è ancora un cantiere, e sbirciando tra le reti di protezione, che impediscono la vista sull’enorme buca che giace al posto delle torri, è ancora possibile intravedere macerie e resti di quelli che un tempo furono gli edifici più alti del mondo.
Al loro posto sorgerà un nuovo grattacielo la Freedom Tower (Torre della libertà), alla cui realizzazione stanno partecipando molti tra i più importanti architetti dal mondo, tra cui anche il “nostro” Renzo Piano.
Non distante da Ground Zero, nella zona sud di Manhattan, vi è anche il mitico ponte di Brooklyn. Edificato nel 1883, The Brooklyn Bridge consentì di collegare le città di New York e Brooklyn, allora la terza americana dopo Chicago, e la stessa New York a cui fu annessa.
Ciò suscitò per anni un sentimento di “autonomia” tra gli abitanti di Brooklyn, tanto che vi è ancora chi ne parla come della quarta città americana, sopravanzata oggi anche da Los Angeles.
Dal ponte di Brooklyn si scorge una suggestiva vista dei grattaceli di Manhattan, l’ideale per scattare delle foto ricordo. Sempre nella zona sud di Manhattan, sulla Pearl Street, si trova anche il palazzo di Giustizia che con la sua imponente facciata domina la piazza circostante.
Dopo quest’ultima visita, esausti decidiamo di tornare all’appartamento, non prima però di una breve sosta a Greenwich Village.
Greenwich è un quartiere che si trova nel cuore di Manhattan, fatto di case basse, si può considerare uno spartiacque tra la zona di Tribeca e del Financial District, in cui le streets sono indicate da un nome, e la zona centrale di Manhattan da cui partono a salire le streets numerate. Il passaggio dai grattaceli del Financial District, alle case basse di Greenwich, si rispecchia anche nella differente popolazione che abita questo quartiere.

Qui la gente è per lo più di colore, molto cordiale e sorridente, e sembra scandire la propria giornata con un ritmo completamente differente da quello dei suoi concittadini di Wall Street, ritmo decisamente meno frenetico.
Tra un blocco e l’altro, a New York è così che si chiamano gli isolati, spesso trovi campi da basket, pieni di ragazzi che giocano appassionanti partite, cercando di imitare gli idoli del campionato professionistico.
Dopo una breve passeggiata a Washington Square, dove è situato l’omonimo arco in memoria del primo presidente americano, saliamo sul bus che ci riporta a casa.

Muoversi a New York con i mezzi pubblici è estremamente semplice (basti sapere che le avenue si estendono da Nord a sud, e tagliano perpendicolarmente le street che vanno da est ad ovest) sia che si scelga di utilizzare i bus, cui unico difetto è l’aria condizionata spesso troppo forte, che la metropolitana, ed entrambi i servizi funzionano ininterrottamente durante tutte le 24 ore.
Il giorno dopo, provati dalla lunga camminata della giornata precedente ci concediamo un pò di relax a pochi passi da casa, a Central Park. Il parco è il polmone di New York, ed occupa il cuore di Manhattan, dove si estende dalla sessantesima alla centoventesima strada.
Sempre molto frequentato, tanto da turisti che da newyorkesi, da gente che fa footing, che gioca a baseball o softball, o semplicemente fa una passeggiata, o da chi come noi preferisce godersi un po’ di sole, e la splendida vista che contrappone al verde del parco i grattaceli circostanti.
Senza neanche accorgecene trascorriamo tutto il pomeriggio nel parco, giunta la sera decidiamo di concederci la prima cena fuori del viaggio.
Mangiare fuori a New York è un esperienza unica, si possono assaporare le specialità di qualsiasi paese del mondo, dalla cucina asiatica; giapponese, cinese e thailandese a quella sud americana, passando naturalmente per quella italiana e francese, o per i classici hamburger americani, per finire con le cucine etniche indiane ed africane.

Sebbene nei ristoranti si mangi molto bene, noi abbiamo provato prima la cucina giapponese e poi quella messicana, entrambe ottime, sono anche piuttosto cari.
Una buona opzione per evitare di cucinare, e spendere poco è quella di mangiare nei supermercati. In molti si trova, infatti, un vasto assortimento di cibi cucinati in giornata, e si offre la possibilità di consumare il prodotto, in un’area attrezzata dello stesso supermercato, senza costi aggiuntivi.
Smaltite le sei ore di fuso orario, riusciamo finalmente a tirar tardi abbastanza da uscire di sera.

Quello che colpisce di New York è che non vi è differenza tra il giorno e la notte, tanto da divenire uno slogan della città.
E così New York “La grande mela”, “Gotham City”, diventa anche “New York the city that never sleeps” (New York la città che non dorme mai).
La sera ritrovi lo stesso traffico caotico che vi è di giorno, marciapiedi pieni di persone, e negozi aperti fino a tarda notte.
A piedi raggiungiamo Times Square, che con suoi i cartelloni pubblicitari, i video che scorrono sulle facciate dei palazzi, illumina il cielo soprastante, tante sono le luci che sembra di trovarsi all’interno di un video-game.
La città è sicura anche di notte, di frequente si incontrano ragazze che girano da sole senza timori, sia a piedi che in metropolitana.
L’autista di un autobus, di origine italiana, ci ha raccontato come New York dal punto di vista della sicurezza sia migliorata negli ultimi dieci anni, grazie alle politiche dell’ex sindaco Rudolf Giuliani.
Beviamo un drink in un bar, dove un ragazzo si esibisce dal vivo, con una chitarra, cantando canzoni country americane.

La mattina seguente prima di visitare il grattacielo del Rockfeller Center (di proprietà dell’omonimo miliardario americano) decidiamo di salire a Nord e di fare una passeggiata ad Harlem, quartiere notoriamente popolare, abitato prevalentemente da persone di colore.
La zona è poco frequentata da turisti, e probabilmente per questo motivo, riceviamo un attenzione particolare, fatta di sguardi, dalle persone che camminano sul nostro stesso marciapiede.
Pur non venendo importunati da nessuno, sentiamo di aver varcato un confine, ed effettivamente passeggiando per un paio d’ore non incontriamo nessuno che non sia di colore.
New York è anche questo, una città fatta di villaggi, quello delle persone di colore di Harlem, degli asiatici di Soho e Noho, degli irlandesi del Village, dei sudamericani di Inwood ma anche degli italiani di Little Italy.
Quasi una riproduzione in scala del mondo, con tutte le sue contraddizioni, ma che ha anche saputo superare molti pregiudizi, divenendo un simbolo se non di completa integrazione, almeno di tolleranza e convivenza.

Dal 70esimo piano del Rockfeller Center si gode di una vista che toglie il fiato!
Verso Nord si erge uno dei più antichi, e dopo la caduta del World Trade Center anche il più alto, grattacielo di New York: l’Empire State Building, edificato nel 1931 e fino al 1973 il più alto del mondo, mentre in lontananza si intravedono quelli della zona del Financial District.
Sul lato Sud ci si affaccia sul verde di Central Park, e guardando in lontanaza si vedeno i district del Bronx e del Queens.
Continuiamo la nostra visita con Staten Island e la Statua della Libertà.
All’isola si arriva con un traghetto che da Manhattan impiega poco più di un quarto d’ora.
Per salire sulla statua c’è una fila interminabile, che ci fa desistere, così preferiamo scattare qualche foto della Statua, e dello splendido scenario di Manhattan sullo sfondo.

New York offre molto anche dal punto di vista dei musei, dal Guggheneim, famoso soprattutto per la sua particolare architettura, al Moma, museo d’arte moderna, a quello di storia naturale.
Scartiamo il Guggheneim, scegliendo di visitare quello di storia naturale, adatto soprattutto ai più piccoli, e soprattutto il Moma, ricco di oggetti che hanno fatto la storia recente, e di curiosità interessanti.
Non distante dal Moma si trova la cattedrale di San Patrick, anch’essa circondata dagli immancabili grattaceli di New York, in cui l’antica cattedrale sembra specchiarsi.
Dopo più di due settimane a Manhattan se pur presi dalle interminabili attrazioni della città, cominciamo a sentire la necessità di lasciare l’isola per una giornata.
Cogliamo l’occasione e decidiamo di andare al mare.
Il mare di New York è Long Island, sicuramente meno famoso della East-Cost americana, ma anche qui non mancano spiagge interminabili, onde e qualche ragazzo che si diverte a fare surf.
Senza neanche accorgercene ci rendiamo conto che la vacanza è finita, che probabilmente nonostante il tempo trascorso non abbiamo ancora capito New York fino in fondo, ma solo imparato a conoscerla, d’altronde ventitre giorni non sono pochi ma neanche abbastanza, per quella che molti considerano, noi compresi, la capitale del mondo.

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